Una lettera che non fu spedita

Mia falena
questo nomignolo che ti do
è così bello a pronunciarsi
che quasi dimentico
la bruttezza dell’insetto
che me l’ha ispirato.
Ti scrivo in forma di lettera
ma con gli accapo
che ci piacciono tanto.
Qualcuno li chiama poesie.
Io non so mai bene
eppure è l’unico modo per dire
e questa lettera assomiglia più a me che a te
o forse un po’ a tutti e due.
In ogni caso (perché il destino non so se è cosa nostra)
può darsi che io
da un momento all’altro
possa improvvisamente iniziare a vivere
ed è per questo che
affido a te
le cose che non sono riuscito ancora a dirti
ti affido le sigarette che non fumi più
i libri polverosi nella mia stanza
i sogni che amiamo custodire
e le rose che non abbiamo il coraggio di regalarci
ti affido un’insonnia a caso
tra le tante che scantonano
agli angoli della notte
ti affido i ritorni a casa spiando lampioni,
altari del mio Tempo
ti affido la timidezza fra noi dolcissima
i battiti di due cuori
legati da fiumi di vene
dove il tuo sangue è anche mio.
Ti affido i bianchi e neri della luce
che con prepotenza
diventano fotografie
e chissà
se ne nasceranno altre
ti affido anche quelle.
Ti affido infine
anzi
ti prego di custodire
le illusioni che da anni
non mi fanno vedere bene
e anche le delusioni
e la vergogna di non aver mai agito
e il fatto che per me
sempre sarai un nodo alla gola
e che tu sola, se vorrai, potrai sciogliere.

Mia falena
Il silenzio non è mai vuoto
se mai
il vuoto è non saper cosa dire o come.
Che il tempo non ci scappi tra le mani.

Pure qualcosa fu scritto

Probabilmente
sono state le tue dita
a inventare il Tempo
il tuo e il mio
come quando
mi prendesti la mano in macchina.
Non ero più seduto: volavo.

Probabilmente
è stata la tua pelle
a inventare una stanza
la tua e la mia
come quando
una notte ti guardai nel buio.
Non immaginavo più: sfioravo.

Probabilmente
sono state le tue labbra
a inventare i baci
i tuoi e i miei
come quando
salii sul treno e non ti vidi più.
Non ero più in me: ero in te.

(Ricordi
tra tanti altri
adesso che non ci sono più dita,
pelle, labbra.
Tanti rumori.
E nessuna voce)

Rondine

Ritorni nei piedi scalzi sul pavimento
nella forma del bicchiere
di caffè zuccherato
quando Estate era una biglia
rotolata per strada.
Il tuo ridere era una tempesta,
(vento la tua voce
chiamandomi dall’altra stanza)
troppo vicina per non pioverci addosso.
Mi ricordo i discorsi sul mare,
gli occhi illuminati
quando mi raccontavi
la prima volta che lo vedesti:
pensavi fosse una pozzanghera.
Ritorni nei ferri da maglia,
nel ticchettio delle tre del pomeriggio
negli spiccioli sparsi qua e là
nel rumore delle tue mani
aggrappate alla vita.
La tua generosità fu la tua luce
che continua tutt’ora,
anche se non sei più.

Mi siedo sullo scalino della tua porta,
come per ritornare bambino.
In cielo, onde di rondini
che non sanno dove andare.
Una fra tutte
sei tu.
Come una sera, che precipitasti sul mio balcone.
Eri tu, e lo sapevo.
Ti raccolsi, e il tuo volo divenne solo vento.
E allora, da allora
sei rondine
e per sempre così sarai. 10379945_924132310943361_4236808876500718141_o

Controra

E’ la tavola vuota
è l’odore di caffè zuccherato
all’angolo prima di casa
è il vento che non torna
se non per le
voci dei bambini
dall’asfalto ai tetti
è la strada sporca
che porta alle campane
è un orologio sordo
appeso sempre alla stessa ora
è il luogo senza pareti né suoni
è il saluto di un vagabondo
che loda gesù cristo
è il sempre sia lodato
di chi ha coraggio
e gli risponde
è un respiro sempre uguale
è una bicicletta senza freni
è Noia accompagnata dal sole,
sdraiata a metà sulle parole di Bodini
è un’ombra senza ombra
è un muro bianco
con la calce che si stacca
è il presente che lento scivola
è il funerale del pomeriggio
è la polvere che gira sul pavimento
è il silenzio che sgronda dal cielo
è il tempo aggrappato alle finestre aperte
è il fulmine che non cade
è la pioggia pigra di luglio
la luce di agosto
è la rincorsa senza salto
è un foglio bianco arido e afoso
è il treno che fischia e non si ferma
è il soffio di una costellazione
che non possiamo vedere
è la Parola fuggita con le parole.

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Lettera sul bordo di una sera

Caro Giulio,
ormai mi conosci
sono un pezzo dei tuoi giorni
e tu dei miei.
I tuoi mondi
si mescolano ai miei
e il tuo sonno
è il mio
solo un poco più fragile.
A volte non so cosa dirti
quando mi tendi la mano,
non mi ci sono ancora abituato.
La mia ne ha viste troppo poche.
Eppure tu sei lì
e non dici niente,
aspetti e alla fine sorridi.
Ormai mi conosci
e conosci le tempeste e i soli dei miei mondi
e io dei tuoi.
Vive come un fiore
dentro il tuo cuoricino
il nostro segreto sorriso quotidiano.
Perché basta una tua frase
una voce dall’altra stanza
a spazzare d’un tratto
quegli uragani che con tanta casualità
m’attiro addosso.
Queste parole sono un mio mondo
che io regalo a te
non so se ci capirai qualcosa.
Ma ormai sai tutto di me
il mio passo, il mio odore, i miei silenzi
sai più cose tu su di me
che io in venticinque anni di vagabondaggi esistenziali.
Perciò non dico niente
quando la tua mano cerca la mia,
le parole scadono, i silenzi pure.
E allora basta il tuo piccolo mondo
a fare grande il mio.
Ormai ti conosco
i tuoi giorni sono i miei
e le mie mani son le tue.
Non diciamoci niente, s’è fatto tardi.
Il tuo ciao mentre uscivo
ha continuato a proteggermi.

Litania

Sante le tue labbra
quando non dici una parola
santo il tuo silenzio
sulle tue labbra
santo il tuo respiro
come santo è il vento
sante le tue braccia
benedette le tue dita
che inventano il mondo
sante le tue gambe con la gonna
sante le strade percorse dai tuoi piedi
santo il tuo dito rotto
santo il tuo passo
che illumina la luna
sacri i tuoi capelli di fronte al mare
santa la tua treccia
santo io che chiedo di fartela
santo il sorriso
che irrompe come un torrente fresco
santo questo premio
sacrosanto il tuo arrossire
sacrosanto anche questo premio
santi i riflessi degli orecchini
santo il bagliore che nasce dagli occhi
che si espande in mezzo alle parole
sacro ogni bacio sulla tua schiena
sacra come ogni goccia del Gange
benedetti i tuoi seni nascosti
benedetto il loro profumo sconosciuto
santa la carne del tuo ventre
come santo il sangue che nuota nelle vene
santi i tre baci sul tuo collo
santi i tuoi fianchi girandoti attorno
santi gli odori che profumano le distanze
sacra la musica che ci fa chiudere gli occhi

Santissima la timidezza
del tuo sguardo basso
di due dita che si sfiorano per caso, a malapena
sacrosantissima la dolcezza
che pensi di non avere
santo io che la vedo dappertutto

Sante le parole con cui ti racconto
santi i giorni noiosi
santa l’insonnia che mi protegge dagli incubi

Santa tu che esisti
nonostante tutto
nonostante tutti.

Temporali

Il risveglio come un tuono
il cuore impazzito durante il sogno
l’affanno per una corsa
senza né un inizio né una fine
il terrore
i passi pesanti della pioggia dietro le persiane
il tamburellare di cento dita sulla strada
i conati di vomito
i conati di vomito solo sognati
lo stress dentro ai sogni
le tavole imbandite
i tavoli che non si trovano
Giulio da solo seduto a un tavolo
completamente annoiato
la disperazione
mia sorella che canta le stesse canzoni da una vita
un giorno che già sai
come andrà a finire
perché sai già come è iniziato
il nodo alla gola
strettissimo
mia madre in cucina
che non sa cosa cerco nel vuoto da 25 anni
mio padre fuggito in bici
con i suoi ricordi
e la sua stanchezza
l’ansia di non voler mai dire
la paura di non poter fare
la paura tra il coraggio di smettere di dire
e il coraggio smisurato di iniziare a fare
le ambizioni di un bambino timido
i progetti
le derive esistenziali
gli imbuti delle notti
in cui ci aggrappiamo al Jameson e alle sigarette
a ricordare suicidi mai avvenuti
i morti che respirano nei nostri sonni
la grigia impotenza di questo 5 aprile
appeso al tempo
Allen Ginsberg! Compagno!
Sono con te a Bari
dove 4 compagni cantano infuriati
le ultime strofe dell’Internazionale
negli attacchinaggi notturni!
E strade
e strade perse e ritrovate
e compagni morti e risorti
e treni da aspettare e mani da afferrare
troppo poco vicine
e poi i ritardi programmati
gli ombrelli presi senza pioggia
i libri letti a squarciagola
le lettere spedite e mai scritte
le ragazze che sorridono
dai finestrini della auto che non si fermano al rosso
i baci immaginati
i discorsi interrotti
da passanti che ti chiedono quando parte la felicità
il sudore del ritorno a casa
sull’autobus senza respiro
la sera azzurra
gli occhi agitati
la tristezza che ti strappa le parole dalle mani
l’abisso
il vento che nasce e che fa tremare le porte.

E i temporali.
i temporali scarnificati, incatenanti
che ti graffiano nei sogni
i temporali che ti perseguitano
quando pensavi di averli dimenticati.
I temporali che ti sfasciano lo stomaco
che tormentano gli occhi chiusi
i temporali addormentati sul mare.

I temporali che ti uccidono di insonnia.

Più di tutte le costellazioni

“Ti domando scusa
dolcissima creatura
non avevo capito,
non sapevo”
che i tuoi occhi
erano universi nuovi per me
non avevo capito
– le mie mani non sapevano parlare,
le mie parole non sapevano dire –
che le tue labbra
erano terre sconosciute,
eppure così familiari
per me
che di così preziose,
non le avevo sognate mai.
Ti domando scusa
per non averle
raccontate prima
agli sconosciuti
che di domenica sera,
sotto la pioggia,
passeggiano sotto la mia finestra.
Non avevo capito
non sapevo
che le tue gambe
erano le strade profumatissime
che avrei voluto percorre ogni giorno,
ad occhi chiusi, con le mani spalancate
senza fiato
riposandomi per giorni
baciandole ad ogni passo.
Io non potevo sapere
che la tua voce
fosse lì, a portata di dita
che avrei potuto quasi toccarla,
custodirla
come dentro le mie vene
come il più prezioso tra i segreti.
Non potevo sapere
(questa cecità di suoni mi devasta)
che il tuo bacio mancato
avrebbe perseguitato il mio sogno,
e forse anche il tuo
chissà ancora per quanto.

Scusami
per aver scelto la rinuncia,
per aver accumulato silenzio
per averci nuotato dentro per giorni.
Chi ci sta vicino non lo sa,
eppure
ti dedico tutto ogni volta:
una poesia letta
un treno perduto
lo stupore di Giulio.

Più di tutte le costellazioni che ho immaginato,
gli occhi, ed i volti.
Quanto tempo sprecato
a guardare in alto.

Erano molto più vicini.

A perdifiato

Ancora altri mille,
mille anni ancora
non possono bastare
per descriverti tutta intera.
I miei fogli corrono
tra le due dita pulsanti
polso su polso
battito nel battito
l’immensità di tutta una notte
non può bastare
a raccontare
quello che con fatica
non riesco nemmeno a balbettare.
Avevo capito male
e ho sognato un mondo all’incontrario:
è il movimento dei tuoi capelli
a generare il vento,
le tue labbra
a riempire gli oceani
l’inconsapevolezza
a profumare una stanza.
Seppur profondo
un respiro non può bastare
a portarti via
da questo strano pianeta umano,
perché sei una dea
annoiata fra gli uomini
perché il tuo sonno
è il mio
è il nostro splendido specchio di cristallo.
E io corro
corro ad occhi chiusi
nei corridoi
vuoti e distanti
di questo cuore affaticato,
ogni tanto una luce
un lampione insonne
una stella che non brilla.
Ma venticinque anni di buio
non possono bastare
per illuminarti, mia falena.
Non possono bastare
per prenderti la mano
e non lasciarla più.
Lo spazio e il tempo
ci sono nemici,
il destino ci scaraventa
giù per tutte quelle scale.

A perdifiato
ci conoscemmo
a perdifiato
ci raggiungeremo.

Jeanloup Sieff

Jeanloup Sieff

Agosto

Le parole volarono via
dalla finestra
aperta
delle tue ciglia impazienti.
I tuoi vestiti chiari,
– tra gli sguardi di tutti –
il rumore
della pioggia in farmacia,
la linfa dorata
della luce sparsa sulle tue gambe,
i pois della prima volta
diventarono l’amuleto,
la notte fermata dalle persiane
e la veggenza delle parole mai dette.

Non ci fermammo
al silenzio che ci sbarrò
la strada,
ti presi la mano
e la lasciasti subito.
Questo cuore che impallidì,
digiuno,
questo muscolo imbrattato di sangue.
Ma io mi accorsi
tutto non era mai iniziato.
Non si può conoscere la sete
se non si conosce l’acqua.
E tu lo sussurrasti,
fra le labbra tue dove
morii contento: avevo
trovato il giardino
dei primi due amanti.

Mi persi in un sonno d’ubriaco.
L’amore
non riuscì a lenire
il cuore.
Ma non te ne dissi niente,
imbracciai
tutto il silenzio di questa città.
Rimasi sotto i tuoi occhi
come sotto i balconi nelle tempeste.

Tu, che so
che non fuggiresti mai
negli uragani
nei terremoti
nei maremoti
che con talento m’attiro addosso.

Bernard Plossu

Bernard Plossu

Questa stupenda coperta rossa

E c’è questa stupenda coperta rossa. Nuvole selvagge ci corrono sopra. Il letto basso sfatto, la luce della strada lo colpisce fra le pieghe delle lenzuola. Sono nere come gli ultimi occhi che ci hanno dormito. Profuma d’amore consumato, come quegli odori che si sentono quando ci ricordiamo qualcosa di bello.
Dicevo, c’è questa rossa coperta stupenda, ci sono dei quadrati a macchie e se li guardi sembrano tante nuvole su un cielo rosso, rosso come l’amore consumato sul letto basso e sfatto. La notte entra dalla finestra a bagliori, con i clacson di chi ritorna a casa dopo il lavoro. Chissà quanti baci li aspettano. Chissà quali occhi e di che colore li sveglieranno domani. E la luce della notte sale sul balcone e dal balcone alla finestra e dalla finestra sul corpo giovane di lei. Che è nuda, come gli occhi sotto la fronte dorata. Nude le sue braccia lunghissime e sottilissime, nudi i capelli che ondeggiano con la luce, nudi i seni profumati alla vaniglia e alle rose selvatiche. Si, sono due rose selvatiche dentro alla notte, e la mescolano e ne imprimono il suono e il colore. Se ne sta ferma, lei, con le braccia lungo le cosce che sono un groviglio di seta e di colline delle mie parti. E aspetta, e tremano le dita come una percussione e ansimano i seni liberi e luccicanti. La schiena di lui è una tela appena firmata dalle luci della strada che sbrindellano la stanza. E lui è nudo nella sua nudità, nudo come la bocca che accarezza quella di lei, nudo come una spiga di grano in mezzo a un oceano di oscurità. Si guardano, con le mani. Si cercano e si trovano. Si scambiano respiri, odori, silenzi, parole appena nate, paure non ancora sopite. Lei lo bacia, come l’onda bacia la riva. Lo bacia con gli occhi chiusi e il buio si confonde fra le lingue incendiarie. Lui le accarezza il viso, le mette i capelli dietro l’orecchio, lei sorride. Le bacia il collo, piano piano, e lei sorride ancora più forte. Si fermano, tutti e due, piacere di fronte a piacere. “Noi due, in mezzo a tutti questi estranei” pensano e poi lei continua a guardarlo e gli prende la mano per metterla sul seno destro, che profuma ora di tramonti lontanissimi e di pesca dolcissima. Lui stringe fra le sue mani questo frutto delicatissimo e ne assapora la polpa. Sa di sorrisi scambiati dopo aver parlato del niente per tutto il giorno e lei lo sa e ora trema ancora di più, quando prende ad accarezzare i capelli di lui. I corpi sempre più vicini e sempre più tremanti. Un bacio accende il silenzio e questi due corpi si intrecciano e le mani sono rami, sono foglie di edera che si inerpicano sulla pelle calda, dalla punta dei piedi alla punta dei capelli. E allora lui si innalza. E allora lei rimane come incatenata a quel miracolo e tutti e due sanno cosa vogliono, nello stesso momento. E si abbracciano, e lui sollevandola la porta sul letto basso e sfatto ammantato di luce bruna. Lei si stende e lui la bacia lì dove l’amore incontra il piacere assoluto. La bacia con lentezza assaporandone ogni attimo. Con le mani prende le mani di lei, le stringe come se dovesse strangolarne tutte le paure e le ansie. Si ferma. Le sfiora le labbra con le dita, mentre sinuosamente entra nel suo corpo profumato d’impossibile. Sono una cosa sola, un unico movimento del vento, un unico silenzio sospeso. Sono il segreto dell’universo, il Piacere che si incarna nell’uomo e lo svuota di tutte le speranze.
E c’è questa stupenda coperta rossa, sotto le loro schiene brucianti. Ed è finito tutto, e ci sono solo carezze e gli ultimi gemiti regalati alla notte che sta andando via. Nuvole viaggiano su tutta la coperta, e così anche i cuori appagati, i ricordi già impressi, i respiri liberati. Un profumo d’amore consumato illumina la stanza.

Noise Nest

Noise Nest

Le cose che ho perso

Le cose che ho perso
se ne stanno in giro,
onde d’asfalto
tornano a notte fonda
ubriache fradice
e mi domandano dove,
in quali sogni
ho passato la notte.
Hanno il colore della morte,
sono il profumo di certi giardini
all’alba.

Le cose che ho perso
se ne stanno in giro,
si voltano a guardare
le ombre bianche
degli sconosciuti,
a gridare che la vita
è un timore di sonno,
il fumo alacre
d’un dormiveglia che candisce
le pareti ammaccate
dove da bambino ad adulto
appendevo le prime parole sfortunate.

Le cose che ho perso
sono il messaggio alto
se ne stanno in aria
accartocciando piume,
prima che il vento se le porti via per sempre.
Le cose che ho perso
se ne stanno in giro
ad infinitare la malinconia
di una bocca mai assaggiata,
di un respiro mai regalato,
di un tempo senza tempo.
Sono la risposta ad una lettera mai spedita,
di una poesia storta,
sono un’estate dopo l’altra
una lanterna senza la barca.

Le cose che ho perso
se ne stanno in giro
da sempre
fra la polvere degli anni
inabissate agli angoli dei marciapiedi
ridono di tutti
raccontano a tutti di me
delle stelle che non riesco a contare
mentre loro
esplodono
come cuori
dopo l’ultimo bacio.

Le cose che ho perso
se ne stanno in giro a fumare,
tremano di un terrore bruto
acclamano l’urlo del tenore
mentre passano
sfiorando un teatro semiaperto.
Ma poi ritornano
senza bussare
entrano a perdifiato
rovinando sulle scale;
siamo qui
sussurrano gelide
vogliamo dormirti dentro
propongono,
ma io non dormo,
imparo a memoria il soffitto
come quando
imparai i sonetti di Neruda sul balcone.

Le cose che ho perso
se ne stanno in giro sparse
a macchie
esplodono in mezzo alla gente
che se ne infischia.
Sporcano i muri con il profumo
nero che si portano appresso
strascicandolo,
non ci sono nasi
né dita
in grado di accarezzarlo.
Loro corrono verso il mare
per confezionare nuvole
e farmele assaggiare,
ma io me ne sto in silenzio
appeso ai drammi inaspettati
lungo i viali trafficati.

Le cose ho perso
se ne stanno in giro.
Sono il bosco negli occhi di A
il vento sulle labbra di M
le lacrime amarissime e amiche di A
il rossetto rosso fra le dita di G
la dolcezza spensierata di M
i giorni, i pomeriggi, le calze verdi di S
il bacio ubriaco di B
l’anima unica e bionda e dimenticata di G
l’inconsapevolezza magica degli occhi di C
ma loro non lo sanno
e se l’hanno saputo
sarà stato per caso o per destino.

Le cose che ho perso
se ne stanno in giro
e non torneranno più
qui
a casa
e io non so ancora
fino a quanto starò qui,
ad aspettarle.
A mezz’aria
ci incontreremo
se qualcosa andrà storto.
Come quando
distrattamente
chiusi la finestra
temendo che potesse entrarvi tutto il cielo.

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Ed erano stelle

Ed erano stelle
gli occhi
sul tuo volto,
mappe per orientarsi.
Erano vaniglia
le labbra
sopra il tuo mento,
strade per andare lontano.
Erano baci
i morsi
nel tuo cuore,
piogge per chi ha sete.
Erano galassie
le lacrime
sulle tue guance,
mondi infiniti per perdersi.
Erano scintille
le parole
sulla tua bocca,
luci per illuminare la notte.
Erano foglie
le dita
nei tuoi capelli,
giardini per stare in silenzio.
Erano sculture
i piedi
dentro ai tuoi oceani,
strumenti per benedire la terra.
Erano nuvole
i pensieri
nei tuoi giorni difficili,
cieli per immaginare altre vite.
Erano pioggia
i seni
fra le mie dita,
respiri per continuare a scrivere.
Erano oasi
i sorrisi
nascosti tra le tue dita,
acque fresche per dissetarsi.
Erano universi
i capelli
di grano che accarezzo,
profumi preziosi per ricordare.
Erano tempeste
le cosce
bianche sotto il tuo segreto,
strade lunghissime in cui nuotare.

Eri Destino
tu
che ti guardi
coi tuoi stessi occhi
e ti trovi sbagliata.
Ero Curiosità
io
che ti guardo
con questi occhi offuscati
e ti trovo una Speranza.

Ph. Gustavo Marx

Ph. Gustavo Marx

Un giorno, per caso

Capiterà
che io ti incontri per la strada
per caso
la gente intorno se ne fregherà
e anche tutto il mondo
ce ne staremo
fermi lì
mani dentro alle mani
a dirci tutto quanto
e gli altri si stupiranno
coprendosi le orecchie con le mani
si stupiranno
e non vorranno ascoltare
ciò che
probabilmente
di più bello
abbiano mai sentito.
Per Paura
– perché la Bellezza fa paura –
per Invidia
– perché a noi non potranno mai arrivare –
ma noi resteremo
come per caso
in mezzo alla strada
come due buche della vita
come le foglie lasciate lì
dal vento e calpestate da tutti.
Io lo so.
E lo sai anche tu.
E lo sanno tutti quanti.
Che alla fine
certe cose non si possono fermare
nemmeno i sogni
si possono fermare
e infatti continuano
inarrestabili
a inghiottirmi nelle notti senza luna.
Io lo so,
un giorno
capiterà
che io e te
arrampicati
a queste nostre parole mai dette
ci incontreremo
e sarà per caso
come tutto quanto fino ad ora
queste nostre strane giornate infinite
queste nostre solitudini sprecate
tu lo sai
che una notte o l’altra
si ricongiungeranno
come quella volta
sotto la pioggia
quando non sapevamo neanche che voce avevamo.
E tutti i sorrisi
e tutti i venti dell’Universo
staranno a guardare
questo miracolo che si compie,
dentro ai tuoi occhi che sono un segreto
dentro ai miei
che sono stanchi di non poterti dire
ciò che veramente vorrei.
Per caso,
e con che gioia,
un giorno di questi
noi due
– anime incontrollabili –
ci incontreremo
e nessuno
e niente
neanche il cielo
proferirà parola
e le nuvole non fiateranno
e i prati non urleranno
“e tutte le stelle di vetro
della felicità e della bellezza”
ci verranno a dire:
“Ci è voluto così tanto tempo, dolcezze”
E tu risplenderai insieme a loro
come una galassia in un bicchiere
e io diventerò io
come non lo sono mai stato.
Così avverrà.

Capiterà,
per caso
come tutto quanto.
Ma forse no,
non questa volta.
Io il mio destino
l’ho vomitato per strada
e nessuno se n’è accorto
tutti con le mani
sugli occhi
sulle orecchie
sulla bocca.

Quando uno se ne va e l’altro resta

“Me ne vado”
“Dove?”
“Non so, me ne vado e basta. Il mondo m’aspetta”
“Quale mondo? ”
“Il mio. Quello che mi è sempre sfuggito e che non ho mai conquistato. Il mondo come uno se lo può vivere a venticinque anni. Pieno di speranze e di prese per il culo, di illusioni lucidate ogni volta da una persona diversa. Voglio viaggiare. Voglio viaggiare per vivere, per dissetarmi. Capisci?
“No. Non ancora”
“Bene. Metti una vita intera a cercare di ritrovare qualcosa che in realtà non hai posseduto. Come se cercassi l’anima negli occhi di qualche passante. Io voglio sentire ciò che desidero. Sentirne il profumo, la puzza. Ma sentire. Sto cercando qualcosa che non ho mai avuto. Una nuvola, la resina degli alberi in inverno, un bacio vero, un giorno allegro, un giorno felicemente triste, un progetto, una tragitto…Si, un tragitto. La rotta per il tesoro dei pirati. Ecco cosa voglio: una strada segnata su una mappa, che mi indichi dove devo andare e cosa voglio ritrovare. Voglio arrivare sulla luna e baciarla sulla bocca. Io DEVO andare, devo camminare fino a quando il sole me lo permetterà. Così forse troverò qualcosa, o forse non troverò niente e magari sarà proprio quello che avrei dovuto trovare.
“Non puoi trovarlo qui?”
“Qui? E cosa c’è qui? Chi c’è qui? Non c’è nessuno, non ci sono io, non ci sei tu. Non ci sei nemmeno tu… Sono solo come chi è in mezzo a una folla. Non ho più niente, ho lasciato tutto per strada in questi anni. Intorno a me cosa c’è: solo fantasmi. Dappertutto. Sui balconi, nelle stanza occupate, nei corridoi sterili della mia vita. Nelle case degli altri, degli amici sfrattati, dei nemici condannati. Una mandria di fantasmi che ormai non riesco più nemmeno a percepire. Ma io so che ci sono e che mi tormentano. Tu non lo puoi sapere, di quando, prima di addormentarmi, piango ripensando a un altro giorno buttato via. E vengono a trovarmi i fantasmi: volti di persone che ho cancellato dai miei taccuini e dalle mie poesie”.
“E io? Sono un fantasma? Ci sono ancora nelle tue poesie?”
“Tu sei ovunque. Nelle ossa quando corro per raggiungere il treno. Nel profumo delle strade che percorro ogni giorno. Nel silenzio dei giardini sparsi per il mondo. Nelle parole che affido al vento ogni sera. Sei il respiro più lungo. Sei il fantasma più bello di tutti. E nelle mie poesie ci sei, sei tu stessa le parole, le dita che scorrono sul foglio, l’inchiostro della penna, le lacrime dopo averle scritte. Ma io devo andare. Devo andarmene anche da te, perché non posso dirti tutto quello che voglio quando ne ho voglia. Perché non posso darti un bacio prima di salire sul treno. Perché non posso tenere la tua mano dentro alla mia quando sono triste o, peggio, quando sono allegro. Perché non posso dedicarti un’alba dopo una notte all’inferno. Perché non possiamo parlarci come vorremmo e per tutta la notte. Perché non posso perdermi nei tuoi capelli quando non ho più parole per dirti come mi sento.
E allora io devo partire e non tornare più. Perché a volte le rinunce sono la più grande forma d’amore. Ma nessuno l’ha mai capito. E nessuno probabilmente lo capirà mai”.
“Non lo capisco neanch’io. Ma tu sei tu. E la Libertà è solo tua. Ma io sarò triste. E piangerò. Per me e per te. Per la tua Libertà. Per la mia, che ancora non ho conquistato. E forse ti attenderò, come nelle stazioni. Dove in qualche parte si addormentano i treni”
“Non devi essere triste, perché chiunque voglia assaggiare la Libertà merita grandi sorrisi e risate e baci. I grandi amori si riconoscono quando uno se ne va e l’altro resta”

Le parole non sanno dire

Come il vento:
se provi a prenderlo
ti rimane solo quello che è: un respiro lungo tutto il mondo.
Come le nuvole:
che quando le guardo piango
per la Libertà che contengono
e se provi a toccarle
scappano via con i gabbiani.
Come i fiumi:
i grandi fiumi dentro alle mie mani
i grandi fiumi dentro alle tue vene
che nessuno sa da dove nascono
e perché sono così belli e freschi e impetuosi
che quando provi a nuotarci
ti lasciano il gelo dell’inesorabilità
che quando fai di tutto per poterli raccogliere
iniziano a correre
sulle tue braccia bianche
nei tuoi capelli lunghissimi
tra le due dita preziose
nei tuoi occhi che sono un abisso.
Come un fuoco:
un fuoco biondo che brucia tutto:
le domeniche sterminate
le banalità del sabato sera davanti al pc
le sbronze invernali
le sbronze fotografate dagli amici
le parole sempre uguali
i pensieri ogni volta stuprati
la stanchezza della nullafacenza
i ti amo arretrati
e i ti voglio bene dosati
solo con te
perché con gli altri si sprecano
e con che facilità…
come il fuoco verde
che porti dentro agli occhi
a volte tristi
a volte molto tristi
altre ancora evanescenti nella loro dolce infinità.
Come la terra:
che quando cerchi di assaggiarla
c’è già qualcuno che ci piscia sopra
e tu rimani,
-rosa delicatissima-
a fissare il cielo
e tutte le stelle che riesci a contare
e già pensi al prossimo viaggio
al prossimo momento di trascurabile serenità.
Come me, le mie paure:
che anche se le scrivo
non riuscirò a superarle
né a farne il racconto di una vita.
Come la polvere, il fango, le foglie morte:
opera dell’uomo come d’un dio
a immagine e somiglianza di se stesso.
Come l’oceano:
che quando ha sete non può colmarla
e tu stai lì
con i piedi nelle sue rive
a rincuorarlo
a dirgli: “ci sono amico mio. Ci sono amore mio”.
Come te, infine:
che ti perdo
nel momento stesso in cui ti afferro
come il vento e i fiumi e il fuoco e le paure e l’oceano
tu
indescrivibile compagna di un viaggio finto,
ma che con te sarebbe sicuramente vero.
Tu
che ti aggrappi alle mie giornate amare
alle tue notti insonni
e ti guardi vivere e non sai per chi, né perché.
Come la vita:
sempre uguale, ma sempre bellissima.

Le parole non sanno dire
non scriverò più.

Ci si può solo perdere

Ci si può solo perdere.
Per le strade, nei cuori
agli incroci della vita.
Ci si può solo perdere
allungando le mani
senza poter raggiungere niente,
e si rimane come appesi
alle drammatiche ore che ci attendono.
Ci si può solo perdere
lungo i viali trafficati
che non sai mai
dove sono iniziati
e perché non hai preso un’altra strada.
Ci si può solo perdere
sussurrando un basta piano piano
nel silenzio delle proprie notti
mentre con le mani
vorresti carezzare qualcuno.
Ci si può solo perdere
iniziando dalla fine
controtempo
controvento
e nessuno ha fatto niente per impedirlo.
Ci si può solo perdere
senza dire nulla
col silenzio delle città più rumorose
che per trovarle devi navigare sui tuoi mari.
Ci si può solo perdere
dentro gli anfratti sconosciuti
di un cuore strappato via.
Ci si può solo perdere
in mezzo ai rifugi dei giorni
in mezzo agli occhi di chi ti dorme affianco.
Ci si può solo perdere
e nessuno
nessuno
deve venire a cercarti
nessuno sa
nessuno vede cosa sia un silenzio troppo grande
nessuno si ferma
a gridare
a sputtanare tutto quello che sa
niente e nessuno
niente è nessuno.
Ci si può solo perdere
nell’amore che non hai mai avuto
che non hai mai dato
che non hai mai cercato
mentre te ne stai fermo
e tutto ruota
e tutto se ne sta andando.
Ci si può solo perdere
nel coraggio di aver paura
in un altro pomeriggio sgangherato
in un’altra notte balorda.
Ci si può solo perdere
e menomale che non ho il vestito buono
ascoltatemi una buona volta.

Ci si può solo perdere
e perdere tutto quanto.

Il miracolo

Creature senza notte,
si nutrono di tutto il silenzio possibile
e con esso
e su di esso cantano.
Li ho visti
ed erano lì
appiccicati alle onde
per sfidarle una ad una,
piuma dopo piuma
per un pezzo di pane tra i rifiuti.
Sono vento
l’evento in un grigiore senza uscita
Sono mare
sono sale
sono lo svolazzare di una città
accovacciata in un porto.
E io
questa goccia in mezzo al nulla
li ho riconosciuti liberi
e subito sono corso a vedere il miracolo.

Il freddo ci ha cambiati

Andiamo
dove possiamo essere sconosciuti
e ad ogni angolo
incontrarci per caso
e sorriderci ogni volta*
come se tutti i pianeti
ruotassero fra le tue dita.
Andiamo dove i muri non esistono
e i lampioni non si spengono mai
vedrai
un posto per vivere lo troveremo
diverso da questo
andiamo a Parigi
di sera
prima che scompaia
a sorriderci addosso
sulle panchine umide
del lungosenna Voltaire
tu
e le tue tempeste universali
ed io
con un tornado dentro agli occhi
andiamo a fingere di stare bene
da un’altra parte
e magari poi
ritornare a Parigi
pelle nella pelle
le labbra serrate
ad addormentarci nei giardini del Luxembourg
perché nessuno ci veda
perché la nebbia ci protegga
e poi
via
sulle ali delle albe che ti regalerei
via
a fumarci l’ultima sigaretta che hai macchiato col rossetto
Andiamo dove le pozzanghere
sono la luna dei poveri
le stelle dei barboni
le corse dei bambini
andiamo quando vogliamo
andiamo come vogliamo
scalzi
strisciando
arroventati dal nostro fuoco
che conosci solo tu
che ho acceso solo io
Andiamo
dove il buio è dentro un solo bacio
e le lacrime sono solo le mie
così tu non hai freddo
e posso guardarti più da vicino
andiamo
dove il tempo ci è amico
ed esiste solo quando lo vogliamo
solo quando
lo vuoi tu
solo quando
lo vuole lui
andiamo
per favore
andiamo
soltanto quando ritroverò la mia vita
perché chissà
dove l’ho lasciata l’ultima volta
sono così distratto, amore mio.
Andiamo per non tornare
per non fare altre file
al banco dei sentimenti
per non doverci preoccupare
dei nostri cuori insanguinati.
Andiamo via.

Hai visto?
Il freddo ci ha cambiati,
non esistono neanche più
i silenzi ad occhi chiusi.
Non esistono più le parole
le mani
i baci
le speranze.

* cit. Comeprincipe https://twitter.com/Comeprincipe/statuses/142360971632058369?tw_i=142360971632058369&tw_e=details&tw_p=twt

 

I gabbiani volano sul mare, amore.

Il tuo respiro dentro il mio.
I nostri cuori infreddoliti
le mani allacciate
(l’una e l’altra)
l’una all’altra
Le corse per tornare a casa
gli amari gratis nei bicchieri di plastica
i sorrisi abbandonati
le lacrime fortuite
le parole come torrenti
i morsi al cuore
i soldi che non arrivano mai
i sospiri nelle orecchie
i baci non dati, il loro sapore
i discorsi pronunciati a mezzanotte e mezza
quando mi alzo su una sedia
e canto De André.
Le lune programmate
le stelle che in campagna si vedono di più
quattro giorni di curiosità e vita assoluta
a parlare di tutto quello
che sapevamo già
Le tue labbra come il vento della sera
i cappotti enormi per riscaldarci
“Che ore sono?”
il “lasciami due tiri” che ormai è una litania
le voci sparse nelle stanze dove viviamo
e i miei incubi
e i tuoi sogni a metà
e i superalcolici che non bastano mai
che non guastano mai
i nostri compagni che mi festeggiano
gli striscioni pesanti
i comunicati
le scritte sui muri di Milano sotto zero
la mia invidia per il rossetto rosso
per i sorrisi agli sconosciuti
per la tua pelle agli sconosciuti
per gli sconosciuti da una vita
e la tua voce
che di giorno in notte
si fa più necessaria
le giornate passate a pensare poesie
che non scriverò mai
lo stipendio da niente
dimezzato dalle birre
dalle sigarette che offro a tutti
i ritorni in macchina
il cuore rotolato dal finestrino
e nessuno si è fermato per raccoglierlo.

Poi la timidezza in mezzo alla gente
i tramonti perduti
e i tuoi occhi
che sono un amuleto.

Questa è la vita:
il rimpianto che m’abbraccia.
La sveglia alle 7 del mattino.
E le sere a scrivere.
Mentre i gabbiani volano sul mare, amore.

Vita raggiunta, mi fermo.

Quest’atomo disabitato
senza luci e senza macchie
m’attraversa il cuore al buio.
E’ febbrile, è l’incredibile dell’incredibile.
Ho capito che devo custodirlo
così come si fa
per le ceneri dei parenti volati via.
E’ gioioso
questo punto sotto la virgola
questa purezza mai nata
e si vive
si lascia vivere senza camminare.
E io vivo con esso
mi vivo addosso
e tutto in giro,
perdutamente,
vive con me
vive di me
ci viviamo sbadatamente.
Ma nessuno sa
a che ora l’ultima barca
sorreggerà il mare
nessuno sa dove va
la Luna quando muore la notte.
E si rimane
– qui, subito –
silenziosamente inutili
a predicare idee
ad affamare bocche già distrutte.
Oscurità raggiunta, si indietreggia.

E io
cullato dai respiri di mia madre
affogo in questo quotidiano,
snaturato
senso di inconsapevolezza.
La forma che sbrana la sostanza
l’immagine che sovrasta il concetto
il sogno
(una dolcezza impossibile)
che sconfina lo sguardo.

Muoio ogni pomeriggio
alla stessa ora
senza urlare, né perdonare
né pregare.
Muoio sapendo di aver immaginato distrutto sopportato.
Muoio di me
fuori di me
mi muoio addosso
in un ardore maniacale.

Ma non mi fermo
il mio cuore grida ancora
il mio cuore guarda ancora
(meravigliato prodigio)
a quest’atomo assonnato
e la vita è sempre quella
sempre in attesa.
Inconsapevolezza raggiunta, si ricomincia.

Noi siamo nessuno

Noi siamo i cattivi.
I clown che fanno incazzare i pagliacci.
Il limite di nessuna recinzione.
Siamo buoni
a niente.
Siamo quelli a cui dare sempre la colpa,
i calci in faccia
le bugie che fanno crescere.
Siamo senza casa
siamo i diseredati del pensiero stuprato dai preti
gli asterischi che non rimandano a niente
siamo i pesci che volano
le lamiere contorte
il fumo dell’ultimo tiro.
Non siamo i buoni.
Siamo i delinquenti
gli spacciatori che corrono più veloce
dei poliziotti.
Siamo gli uomini più impertinenti
siamo le donne più coraggiose
siamo il tutto del nulla.
E siamo il frusciare della foresta
l’urlo del mare quando è agitato
non siamo né il fine né il mezzo
siamo il camminare e il cadere
Siamo coerenti perché odiamo la coerenza
i nostri vestiti puzzano di lacrime
le nostre lacrime hanno il profumo leggero
delle sere passate a bere
siamo le lune e non le stelle
gli anelli e non Saturno
siamo le officine
che non aprono più,
i marciapiedi colorati dai passi
siamo la strada
e tutti ci calpestano
ma noi resistiamo
ma noi esistiamo.
Siamo l’odio degli altri
che è la loro bandiera
perché noi non ne abbiamo nessuna.
Siamo i rami storti
gli orologi spaccati
gli sbadigli senza mano.
Siamo le porte sfondate
e il libro letto in un pomeriggio.
Viviamo per noi
viviamo per voi
odiamo per loro, gli altri.
E – che ci crediate o no –
siamo calmi
impuri come le coscienze di tutti.
Siamo fiume che si ribella all’oceano
il nido più alto
il sospiro dei padri
quando ci guardano in faccia.
Siamo la pioggia indesiderata
siamo quelli senza ombrelli
siamo i capelli bagnati
siamo la corsa per prendere l’ultimo treno
per tornare a casa: tutti.
Siamo il passato del presente
in un futuro che non inizierà mai,
nemmeno ieri.
Vogliamo la Libertà
e anche voi dovreste volerla.
Siamo la musica che sprona
al salto più alto
alla poesia più sconosciuta.
Questo è il nostro teatro
e non serve biglietto
né l’abito buono per entrare:
veniamo a prendervi noi.
Siamo la guerra contro la guerra
la fionda contro il missile
la pace solo dopo la giustizia.
La nostra.
Abbiamo di che leggere
di che ascoltare
ma soprattutto
abbiamo noi stessi
il coraggio di non avere coraggio
di non volerlo dimostrare ogni volta.
Abbiamo l’acqua
e vogliamo che tutti si dissetino.

Siamo la malattia e la cura del mondo
questo strano luogo,
questo fottutissimo strano luogo.
Siamo voi
quelli di voi che non vogliono essere come noi.
Siamo i drogati
i senza presente
i lebbrosi che quando camminano
devono farsi sentire.

Per essere evitati.

Sovrastando le campane

E con il destino
strappato da gli occhi
viaggeremmo ovunque
in ogni angolo
ci incontreremmo
ogni volta
come la prima volta
noi
due sconosciuti
incroceremmo la nostra vita fino a stritolarla.
E tu
ed io
rideremmo sovrastando le campane
bruceremmo come due fiumi impazziti
legati soltanto
dalle parole che sai solo tu
dalle parole che soltanto io.
Navigheremmo i giorni
le notti
le passeremmo a contare,
a cantare
le diecimila volte in cui ci siamo detti:
“Lo so”.
Tu scambieresti le stelle per lucciole ubriache
io scambierei il profumo della luna
per il tuo
e sai quanta meraviglia potremmo raccontarci!
Potremmo diventare senza fine
due naufraghi del cielo
e che bello sarebbe
accompagnare il sole a casa.
E sapremmo
tutti e due
sapremmo persino perché gli uomini non sanno ancora volare.
Sputeremmo sui cieli azzurri
perché preferiamo quelli bianchi
e neri
e quando andremmo a trovare la notte
a nessuno verrebbe in mente di venirci a cercare.
Slpenderemmo come specchi sui balconi
e tu l’hai sempre saputo.
E quando
decideremo in che mare dormire
sceglieremo senza dubbio il tuo.
E i tuoi occhi profumerebbero
per quanto assoluta sei.

Cammineremmo fino a casa mia
solo per rincorrere i miei dubbi,
ma tu saprai già come scioglierli.
Ma poi rideremmo
rideremmo sovrastando le campane.

Sei la notte tu

Sei la notte tu,
che ti immergi a capofitto
nel sonno
abbandonandomi a metà strada.
Quando il buio ci scende addosso
e gli occhi faticano
a vedere cosa c’è dentro il cuore.
E immaginarti, non vederti,
immaginarti è l’unica cosa che riesco a fare.
Hai la pelle del buio, tu
e t’irradia la stanza come il profumo
delle fontane d’estate
come quando ti guardi allo specchio,
distrattamente,
e io non so mai che cosa dire.
Sei la notte tu,
la più calda
ma anche la più scura
e le mani tremano,
e anche il cuore e e le vene
e tutto è simile alla Libertà
che passa dal bianco dei tuoi occhi.
Io che sono nero
io che sono bianco
cancello i grigi dalle nostre vite imperfette.
Tu sei il buio indefinito
e io non ho mai smesso
d’averne paura,
di restar fermo a guardare
mentre avanzi
ormai scuro di vita
sopraffatto dai respiri.
Io sono te
perché la notte è di tutti e due
perché ci culla
perché ci guarda dormire
e ci canta e ci sorveglia
perché sei tu
perché sono io.
Portami lontano
su altre colline dimenticate
ad addormentarmi col tuo profumo in tasca.
Sei qualcosa tu
di non ancora descrivibile
ai bordi dell’infinito,
e il giorno t’invidia,
per quanto luminosa sei.
Sei tutte le notti tu,
tutte quante quelle che non abbiamo ancora vissuto.

Ero sudore
eri sonno
e per tutto quanto il resto
saremo due corpi slegati
due anime sorelle, ma invalicabili.
Conservo l’oscura magia delle tue labbra
e la metto dentro al risveglio di domani.

Mi amerai ancora domattina?

“Avrei voluto sognare di più,
magari non solo con gli occhi chiusi
e assaggiare il profumo dei prati
di tutto il mondo,
quelli che assomigliano a Martina
– la nostra piccola Martina che cresce
o quelli con l’anima dentro alle città.
Avrei voluto,
amore
respirarti di più
ogni giorno
dietro l’angolo di casa
quello con la scritta “Mi amerai ancora domattina?” sul muro.
Avrei voluto non avere giorni in cui pensare
a quello che avrei voluto essere
e starmene ora a vivere la vita
insieme a te
a Martina
ai nostri amici del paese.
E guarda un po’,
scrivo questo
e nessuno lo leggerà.
Nessuno lo leggerà
e forse solo tu saprai,
solo tu,
amore
saprai che lo scrivo in questo momento,
mentre stai a casa
e mi aspetti,
con le mani fredde e gli occhi umidi,
con la bocca deserta e la fronte stanca.
Mi amerai ancora domattina?
Non lo so, amore.
La mano trema e il cuore pure
e il sangue anche.
Avrei dovuto immaginarti
quando non l’ho fatto
quando al lavoro c’era sempre il tempo,
il troppo poco tempo,
a prendermi a calci.
Avrei dovuto guardarti
mentre parlavi
avrei ascoltato di più.
Prendo queste mani
e le metto sugli occhi
così muoio prima.
E nessuno lo saprà, tranne io
e il mio respiro lento.
Quanto tempo è passato
e siamo cresciuti insieme
senza che nessuno potesse viverci
come abbiamo fatto solo noi.
Me lo ricordo ancora
quando la luna si fermò dentro agli occhi
e mi sembrava di poterla cogliere,
con un solo, sbadato bacio sulla tua bocca.
E nessuno vide
sulle mie labbra
le stelle che sanguinavano.
Avrei voluto dipingerti,
e l’ho fatto solo con la penna.
Ma t’è bastato. Ti bastava sempre.
Avrei dovuto avvisarti della notte dentro alle mie colazioni
e dei vestiti sporchi
che mettevo ogni giorno.
Non ho un soldo per comprarne di nuovi.
Avrei dovuto avvisarti
e scusami,
ma il lavoro non c’è più,
non ci sono più le speranze
non ci sono più i sorrisi di Martina
prima di addormentarsi.
Non ci sono più i miei fogli sulla scrivania
l’inchiostro, il sudore, le lacrime.
Non ci sei più,
e fra poco non ci sarò più io.
E forse mi perdonerai,
amore,
ma la mia vita vale un po’ di soldi
e io te la regalo,
ti regalo il cuore
e queste labbra tremanti.
Che qualcosa ti benedica.
Che Martina ti protegga dalle notti senza fine.
Avrei dovuto dirtelo prima.
Avrei dovuto dirti prima tutto quello che ho scritto.
Un bacio sugli occhi.
Paolo.”

Pistola sul cuore.
Un freddo cane.
Poi un buio fradicio.
Come se non dovesse tornare la luce.

Scrivere con la luce.

La Fotografia:
questo stato dell’anima.
Quest’atomo di gioia e di tristezza
insindacabili.
Questa polvere negli anfratti
dei giorni più noiosi.
Questo navigare senza vento,
con i remi,
abbracciando le onde.
Questa veglia di solitudine:
tu e gli occhi:
le labbra e le mani.
Questa fuga dallo straordinario,
dal sempre meno improbabile
dall’assurdo come magia
di un fiume notturno
di una falena incatenata.
Questo terreno da arare
spinti da un desiderio di fermarsi.
Questo capolavoro del cuore
assetato di pupille
di gambe
di fiatone alla fine di una corsa.
Questa palese volontà
di rubare orologi
di distruggerli con un dito.
Queste ore dimenticate
a cercare ombre
a raccogliere luce,
a stupirsi della loro sofferenza.
Questa guerra contro noi stessi
che è la guerra contro i limiti.
Questo slancio di immobilità,
questa assicurazione sulla sopravvivenza.
Questo soffio di incredulità.
Questa stanchezza che ci dondola,
ma ci disseta finché siamo in piedi.
Questo scatto ormai irripetibile
questo sorriso inespugnabile.
Queste lacrime nel buio.

La Fotografia,
lo stato dell’anima
gli occhi più scuri
i vestiti più bianchi
il bianco e nero che ci afferra.

Lei portava calze verdi.

Lei portava calza verdi.
il profumo le scivolava addosso
come un fiume su un vestito bianco.
Mi disse: arrenditi!
ti ho sconfitto a duello
al duello con un cupido ubriaco.
Se ne stava lì,
ad ammirarsi le calze
come se non esistesse nient’altro
come se niente e nessuno
potesse vederla.
E io le dissi: aspetta!
E nessuno vide
sulle sue labbra
la luna che sanguinava.
Le raccontai i miei giorni
di ombra vagabonda
nelle notti più alcoliche,
quando iniziai per l’ultima volta
a far qualcosa la prima volta.
E lei continuava ad aprire cassetti
a girarsi le sigarette sulla sedia
con il tabacco secco
che non potevo permettermi.
Si voltava
si ammirava nello specchio
vagabondando nei miei occhi
li trovava e li metteva in tasca
come quando comparve una chitarra alla stazione del’autobus.

Ci dicemmo: ma poi? Cosa succederà?
mentre con le mani
cercavo il suo cuore occupato.
Succederà e saremo muti
succederà e i muri ci piangeranno addosso
Come quando sorridi incerta
dopo l’ultimo bicchiere di vino.

lei portava calze verdi.
seduta sulla sedia
e io la guardai
mentre fra le labbra
un’altra sigaretta
se ne andava via.

Egon Schiele - Donna sdraiata con calze verdi

Un nodo alla gola

Suiciderò le notti con una coperta
urla non sentirete
dai fondi delle vostre facce bianche.
Immenso
a guisa di fantasma
m’intrufolerò nei vostri ricordi più cupi
mangiandone la vita
succhiandone la linfa.
Il vampiro, mi chiamerete
lanciandomi addosso insulti di legno
fino a farmi vomitare dalle vostre finestre.
Vi cercherò
senza affanni
a passo di rugiada
nei giorni che voi avete conservato
sparirò come quando
a dicembre spariscono le rose sui balconi.
Vi sparerò
dentro al cuore
sopra gli occhi
sopra le labbra incendiate dall’amore.
Occhi non avrò
lamenti non calpesterò
quando i respiri del vento
diventeranno fulmini d’odio
d’odio mi vestirò
andando a cercare le vostre infinite parole d’aiuto.
Resterò solo
al capestro di queste quattro pareti
e voi
com’è che non siete ancora liberi?
Com’è che ancora state qui ad aspettare?
Rifugiatevi nelle crepe delle mie vene.

E tu
che tanto mi odiasti per l’amore che ti portavo
avresti dovuto accorgerti
del rosso che mi copriva gli occhi
del rumore del cuore dentro al petto.
Avresti dovuto accorgerti
che già ti vedevo da lontano,
ma non ti sei voltata.
“Volevo che non dimenticassi queste mie parole
e così mi sono fatto un nodo alla gola”.

Faremo tardi insieme

E sarà bellissimo,
lo sai
tornare all’ignoranza dei sorrisi
devastando i luoghi più cari
i semafori più lenti
toccando i fiori di tutti i pianeti.
sarà bellissimo
ritornare a riprenderci la terra
nelle notti più chiare e più profumate.
Noi
che alla fine altro non siamo
che umani in essere
diecimila molecole di un solo respiro
ritorneremo a parlarci da eguali
senza richiami né bandiere né inni sacri
baceremo i nostri figli tutti giorni
e sorrideremmo per ogni luce accesa.
E sarà illuminante
lo so
andare a osservare
la luna azzurra
le stelle militanti
i vestiti bianchi delle bambine bionde.
E sarà bellissimo
venire a prenderti
e sconfiggere i draghi
e salvare donzelle
e baciarle sulla bocca ad una ad una.
E sarà bellissimo
continuare a pensare
che i nostri giorni non esistono
che il tempo l’hai rubato tu
mentre io ho spaccato gli orologi.

Faremo tardi insieme.
Molto tardi.
Torneremo solo per lasciare questo posto
definitivamente
Adesso stringi.
Stringimi forte.

Rivoluzioni a pochissimi passi dal centro

Vorrei cercarti
tutte le notti
fra le finestre degli altri
insieme alle ultime sigarette
degli studenti
prima di studiare tutta notte.
Vorrei insegnarti una nuova lingua
quella della solitudine,
la impareresti subito.
Potrei curarti
anche se non hai un’assicurazione
anche se curandoti mi ammalassi io
e morirei,
morirei di allegria.
Vorrei vederti, sai
mentre corri da una stanza all’altra
e tua madre si lamenta
della tristezza di tuo padre,
della ricchezza dei vicini.
Il condizionale è d’obbligo.
Ed è la sola cosa sicura che possegga.
Voglio, posso, ho
sono concetti inesistenti,
evanescenti, liquidi.
Non posso raccoglierli
nel vasetto di vetro insieme alle lucciole.
Vorrei regalarti
le mie rivoluzioni a pochissimi passi dal centro
e so che un giorno le accetterai.
E potrai ricordare e sospirare
e accarezzare e strofinare
le tue labbra inquinate
sui miei vestiti
fino a distruggerli.

Il mio pensiero va
a tutte le volte che avrei dovuto immaginarti
e non l’ho fatto.
A tutte quelle volte che avrei dovuto ubriacarmi
e l’ho fatto di curiosità.
Che qualcosa mi fermi
che qualcuno si fermi
e mi presti soccorso.

Felici si muore.

Felici si muore
da lontano ci osservano
i volti guasti di queste tenebre insolenti,
ci domandano
ci rispondono
si affacciano alle nostre finestre deserte
alle nostre ore di agonia.
Morendo ci fermiamo
a guardare da una panchina gli altri che passeggiano,
arrotolati nei loro giorni
severi e bugiardi
come chi respira piano per non farsi sentire.
Felici si muore
ci si stanca di esserlo
ma anche un po’
ci si scorda di quanto eravamo belli
di quando gli occhi
erano pietre di fiume e morsi di tristezza.
Felici si muore
dappertutto
su ogni marciapiede rovente
su ogni panchina addormentata
sui tetti che illuminano
si muore
ogni giorno
ogni giorno di più.
Felici si muore
e ad ogni attimo si rinasce
perdutamente
in mezzo alle foglie che resistono
negli anfratti del cuore,
si vive contenti
si sopravvive zoppicando.

Che queste notti passino al più presto.
Temo di aver paura ad ogni passo.

Ti scrivo. Ti scrivo e basta.

Se potessi ti scriverei queste parole. Con un braccio aggrappato al mondo. E non te le scrivo. Sarei troppo sincero e voglio esserlo raramente. Di solito ti scrivo di nascosto, così nessuno può scoprirmi. Ti rileggo, ogni tanto. Ma è tutto un frusciare di niente e di tutto. Lo so, molte volte non si capisce perché scrivo in questo modo sincopato. Del resto è l’unico che conosca. Purtroppo non amo iniziare a scrivere scrivendo che se potessi ti scriverei quello che sto scrivendo, e me ne pento ogni volta. So di essere contorto come un fulmine, ma come un fulmine esplodo solo per un attimo. Non preoccuparti dei frammenti di cuore. Quelli li ho persi tempo fa.
Non pensare. E’ quello il trucco. Lascia che qualcosa scivoli tra questi tasti neri e che le parole fuoriescono come vernice colata, non importa se ti fermi e pensi che quello che hai appena scritto non ti piace. continua a scrivere. E poi ti fermi. E non mi ricordo più cosa e come dovevo scriverti. Perché è di te che devo scrivere, di chi altri se no? Delle bacche, dei liquori che adoro? O delle foglie smorte ai lati dei marciapiedi? No. Sei tu. Tu, che rintracci le corde vocali delle miei dita, che le fai vibrare senza un motivo, rigenerandoti nella pioggia di agosto che tarda ad arrivare. E’ di te che voglio scrivere tutta la vita, e te ne sarai accorta cristo! O no? Ti sarai accorta che non scrivo più, né di te né di me, né di qualsiasi altra cosa che mi passi per la testa appena sveglio o prima di addormentarmi.
Le sigarette. Le sigarette sono la soluzione. E scusa se non te le offro più, ma vorrei smettere. No, non di fumare. Ma di pensarti mentre sto fumando. Perché è ate che dedico le mie vittorie e a me i miei fallimenti. E’ te che indico quando vedo il sole e la luna che si parlano.
Ecco. ora non so più come scrivere. Se seduto o in piedi, se stanco o svenuto. So solo che non scrivo più come dovrei o vorrei. E’ una malattia la mia, fortemente cronica. Vivo troppo e scrivo poco. La vita mi ha rapito e la sindrome di Stoccolma m’ha colpito. Cosa farò? Leggerò? Ho paura di non guarire. Aspettami, non andartene. Mi mancano i tuoi giorni fottutamente tristi, il tuo saluto stentato. A volte neanche ascoltato.
Appendimi alle tue mani, come se fossero l’ultimo appiglio. Io mi adeguerò a queste notti di fame assoluta. Ti scrivo e non me ne ricordo, ti manco e non me lo dici. ma cosa voglio da te? Forse quello che non vorrei mai da me stesso. Forse è questo il motivo? Chissà. Intanto goditi quello che non ti ho regalato, quello che ti regalerò e quello hai già. E’ già tantissimo.

Finito. Posso concludere. Che qualcuno ti protegga. Che qualcuno ti segua lungo questa cazzo di strada. Io ti guarderò da lontano, senza che tu possa minimamente accorgetene. Ti scrivo. Questo è sufficiente.

A fiori blu.

Mangiò le scale
e uscì per comprar scodelle e fiori
al gelataio chiese: come sta tua moglie, Itan?
le offrì un bacio sulla guancia.
Incontrò una bambina azzurra
con un vestito a fiori blu
e occhi ubriachi di sole
le chiese: dove hai nascosto la luna questa volta?
nelle pieghe della gonna di mia sorella, rispose.
Superando la signora Herne distratta dalle ombre
le battè forte il cuore notando che rideva delle sue mani
e perciò si allacciò bene le scarpe nuove,
ballò con un fulmine e si rialzò
per comprar stelle di plastica e zucchero giallo.
Lei
come una piuma in bianco e nero
e i suoi occhi di ciliegia
uscì solo per toccare la terra
e tenere nelle tasche un po’ di sospiri di innamorati.
Comprò scodelle e rami di cioccolato,
coriandoli di pane
e pezzi di cuore per i bimbi ricchi e addormentati.
Parlò con Frat il librario, che tutti chiamavano Il Matto
le disse che aveva pagine fresche
polvere sugli scaffali
e tanto, ma tanto profumo di Hemingway.
Corse
aggrappata alle finestre argentate di tutta la strada
bevve gli scalini
e si provò gli occhiali appena comprati.
nello specchio
vide la luna
che la bambina azzurra con il vestito a fiori blu
aveva nascosto tra le lenzuola.

Gustav Klimt - La Vergine, 1912

L’inizio della fine dei sogni

E’ buio qui
troppo
accendo l’armadio
spengo il soffitto
questo è
l’inizio della fine dei sogni
mormoro nelle mie orecchie un suono come di foglia
intrappolata a venti metri da qui.
La prendo
ma le droghe che assumo
mi sbattono contro un muro.
Sono droghe chiare
pezzi di fotografie mangiucchiate
come uno spinello di pensieri notturni.
Questo è l’inizio
della fine
dei sogni.
Voi non capireste
restereste incollati ai mobili
ma io scrivo senza scrivere
attraversato da centimetri di luce annacquata.
Cumuli di stipendi
si nascondono negli angoli
trafitti da un raggio di polvere
e rido e non so bene come mai,
ma questo è
l’inizio
della fine di un sogno.
Continuereste a non capire
se vi dicessi che non è la realtà,
ma il sogno quello che sento?
La libertà che chiama dalla cucina.
Un manipolo di pollici incastrati negli anfratti
per resuscitare piume
e far addormentare i sonnambuli.
Non svegliateli!

Sogno e son desto
e quello che volevo dirti
è solo questo:
sei bella di una bellezza che non esiste
che si propaga con i capelli
intorno agli occhi,
che si distende sui prati azzurri
e che dorme di un sonno dorato.
Ma tutto questo
altro non è
che l’inizio
della fine
dei sogni.

Una barca da scrivere.

Avremmo dovuto ubriacarci come tutte le sere. Avremmo dovuto pregare come tutte le notti fino a perdere la voce da qualche parte. Siamo qui ora a scrivere frasi sulla guerra, romanzi liquefatti negli scaffali di qualche giornalista offeso. Avremmo dovuto ridere molto. Molto di più di quella volta in cui riuscimmo ad evitare la pioggia, e la scambiammo per lacrime vere. Avrei voluto pensare di più al fiore sulla tua maglia e tra le tue ciglia, forse ora non scriverei davanti a un monitor. E gli altri avrebbero dovuto guardarmi mentre aspettavo al semaforo che qualche macchina mi portasse a puttane. Avremmo dovuto strisciare come pietre o gioielli o fogli di carta, e non lo abbiamo fatto. saremmo dovuti andare a rapinare le farmacie perché le medicine servono a tutti, ma soprattutto ai tuoi singhiozzi di tristezza. Avresti dovuto avvisarmi del colore della tua pelle a giugno, così avrei portato un fiume e un mare per dipingerla. Si, ora è tardi. No, possiamo ancora pensarci. Ho sbagliato io, non c’è dubbio. Mi innamorerò di un altra ferita la prossima volta. Si, adesso puoi andare. Avrei ancora una volta dovuto strappare i lembi di muro dalla mia fottuta coscienza e strariparla nel Missouri. Gli orologi non aspettano e tu cresci ogni secondo di più. Vorrei aver voluto raccontarti il futuro che ho visto sui fondi di birra, alla luce della schiuma e della rugiada. Avremmo dovuto arrampicarci sui tetti con gli immigrati e i precari, per lanciare megafoni e sputare sulle loro tombe. E poi tutti insieme saremmo andati a bruciare le macchine senza benzina della polizia, tra uno sgombero e un manganello, tra sorrisi fradici e dolori di pancia. Adesso, in questo momento avresti dovuto fare un sacco di cose, le più ripetute  nella nostra città. Come tapparsi il naso perché il municipio puzza o lasciarsi andare nelle piante appesi ai balconi. Avreste dovuto accorgervi dei fumogeni nei miei occhi rossi, delle botte sulla fiancata della macchina, del sangue tra le mani della polvere della Palestina.

Ho avuto un sogno, una volta: scrivere un libro su ciò che io, tu, noi e loro avremmo dovuto fare, e che invece non abbiamo ancora fatto. Gli orologi soffocano. E le vene nelle mie dita  non ce la fanno ad andare avanti. E ho ancora una barca scrivere. Una barca da scrivere.

 

In bianco e nero.

Esco per una birra.
Un’altra sigaretta accesa,
la gola in fiamme e un altro sorso.
Parlando di rivoluzione
appena svegli
e non so nemmeno a che ora tornerò a casa. Questa non è una poesia. Ma poi tutto è così.
Vado a capo con un’altra birra.
Tante voci sedute sull’asfalto
e finisco di dire che non cambierà mai niente. Come e per sempre.
Una maglia a nido d’ape
e farfalle rossastre sul marciapiede di fronte.
Dico: scatto quest’altra e poi andiamo.
Non ho voglia di sentir piangere nessuno.
Ho capito e scrivo qualcosa nelle mie corde vocali.
Gabbiani notturni, si baciano sul mare
baciano le onde che non sono riuscito mai a raccogliere.
Profumo di ruote e di salsa alla’aglio
si sente da qui, si sente appena
e io finisco quest’altra birra.
Ciao ancora, a presto
a tutti
arrivederci a qualche altra era glaciale,
date una carezza alle vostre sorelle
e dite: questa è la carezza di uno in bianco e nero.
Je n’aime pas plus.
A che ora è il prossimo autobus?
Luci in centro, periferia pura
strisciando sui segnali.
anche di fumo.
La testa sbatte contro un vetro arancione
e pensando al vento lieve
ti vedo.
Eri tu, su una bicicletta azzurra
capelli raccolti e gonna bianca profumata
qualcosa nelle orecchie e quelle gambe
sudate che pedalavano e pedalavano
scivolavano tra altre biciclette distrutte
tra macchine incendiate e urlanti.
Non sono riuscito a raccoglierti, come con le onde.
Sfuggita a destra, poi a sinistra
la bicicletta come una passeggiata a piedi nudi in un fiume.
Ancora luci, gialle e nere, fiamme assetate di notte.
Mi fanno male le scarpe e mi addormento sull’autobus.

Adesso ne scatto un’altra e poi vado.
Sono uno in bianco e nero.
bicicletta

Guilty of dreaming you

Saperti inaccessibile
e insieme vicinissima
riuscire a scrivere centinaia di romanzi
sulle tue braccia bianche e fresche
e cancellarli e riscriverli,
in mezzo alla pioggia e ai fulmini che ci baciano.
Non so dove
né quando
questo delirio di inutilità
scomparirà dai davanzali delle mie finestre
per diventare urla di chitarra elettrica
un coro di foglie già gialle
rivestite d’autunno e di pietra familiare.
In questo tempo distratto
la mia colpa è sognarti mentre sono sveglio
sognare qualcosa che non ricordo
prendendo appunti per caso
accovacciato sui tuoi desideri.
Espieremo i nostri peccati un giorno alla volta
pregando un dio che non ci parla.
Riusciremo ancora a correre sollevati dagli aquiloni.
Ma adesso
indebolito tra i fogli e le parole introvabili
mi sento colpevole
anche solo per il fatto di sognarti
e di pensarti finché vita non ci unisca.
Mi arrampico a queste lucidità,
affogando a testa in giù,
come se l’acqua si fermasse
e il mare diventasse vetro.
In questa lucidità
che è la luce del mattino
e quella del crepuscolo
confesso i miei peccati nascosti
confesso le mie paure più profumate.
Sono colpevole.
E’ la mia colpa è sognarti
è pensarti
è tentate di avvicinarmi ai tuoi capelli
e non poterli conservare.

Mi son perduto.

Mi son perduto.
Dappertutto, mi son perduto,
arrampicandomi insultandomi
scavalcando le porte già distrutte.
Ho perduto gli orologi svegli delle mattine imbiancate
e le finestre chiuse
sui nostri sporchi giorni morti,
per terra. E nelle tasche già vuote.
Voglio una parola che mi spieghi
il nulla
dei sorrisi colti nei prati,
quando con gli occhi fradici
piango perché sono ancora vivo.
E rincorro l’ultimo respiro
di una forza inquietante
mentre assaggio ancora,
intricatissima,
la trama azzurra delle tue unghie scarlatte.
Mi sono perduto
e nell’infinito alito di povertà che mi sovrasta
riesco quasi a toccarti,
splendidamente,
a toccare i sorrisi che vorrei fossero regalati a me
e alla mia penna quasi secca.
Mi son perduto e quasi me ne vanto
nelle piazze e nelle mie strade imbrattate.
Perché perdersi è come nuotare tra le pietre
o nell’erba alta vicino alle viti
è come pedalare fuori dal tuo paese
e chiacchierare con i pedali.
Perdersi è sempre trovare qualcos’altro,
aldilà delle luci del sabato o del lunedì sera.
Mi son perduto
dimenticandomi il tuo nome
e fuori da qui
non ho ali né sigarette accese
che potrebbero farmi ricordare la strada.

While my lady sleeps

Perché le superlune non esistono. E non esistono i parcheggi in centro. Spostati perché non riesco a vedere i finestrini rotti da qui. Non esistono le tue labbra che stanno parlando, mentre prendo un altro po’ di tabacco per sorridere ancora. Spegni tutto, i tuoi occhi no. Tienili sempre vivi e sempre diversi. Ogni tanto distribuiscili fra la gente. Io regalerò i miei ai ragazzi ricchi che però fanno i poveri. Perché la luna sarebbe più grande e luminosa stasera. Ma per me è sempre la stessa. Tanto rumore per nulla.
Allontaniamoci dai disastri dai terremoti inconcludenti perché il castigo di dio non è durato abbastanza. Quali peccati abbiamo commesso? Vogliono benedirci con gli tsunami e le gocce di pioggia che sciolgono le foglie. Fuggiamo su altre lune giganti, aggrappiamoci a tutte le stelle che riusciamo a vedere. Ma dici che non è il caso, devi tornare a raccontare qualcosa a qualcuno. Non preoccuparti: riuscirò a disegnare ad uno ad uno i tuoi capelli un altro giorno. Magari lontano dai caccia che stuprano le poesie e dalle urla dei bambini in mare.
Perché la luna non esiste, non esiste il tuo sonno e il mio sonno. Non esisti tu e la tua pelle trasparente.
Vorrei affiggere le fotografie delle tue labbra agli angoli di tutte le strade di tutti i quartieri della mia città. Così non mi sentirei mai da solo e la polizia non mi fermerebbe per l’ennesima volta.
Guardiamo la luna stasera. Hanno detto che sarà più grande e più luminosa. Ma tu ti sei già addormentata. E io prendo appunti nel buio, mentre troviamo parcheggio e le stelle spaccano i finestrini.

Sull’asfalto blu

Era lì di fronte allo specchio. Si passò una mano sul collo, poi sulla guancia destra. Pungeva. Aprì l’acqua, calda, si bagnò le mani e i polsi. Poi si bagnò il viso ruvido. L’acqua calda ammorbidiva la barba e la pelle. Prese la schiuma dall’armadietto di fronte, l’agitò e ne spruzzò un po’ sul palmo della mano destra. Iniziò a spalmarla sul collo, sotto il mento, sulle guance, intorno alla bocca, sotto il naso. Il rasoio blu era di plastica, mise la lama sotto l’acqua e con un gesto automatico cominciò a radersi dall’alto in basso, prima sul collo poi ai lati del viso, lentamente e con forza. Piano, le lame si muovevano sotto il mento, sotto le labbra, sotto il naso, rintonavano sulle guance fresche. Dopo aver pulito le lame, diede un’altra passata al tutto. L’acqua era tiepida, ma stava per finire. Passò un’altra volta sul collo, quella era la parte più scomoda. Infine lavò per bene il rasoio blu di plastica e con acqua bollente si lavò il viso, eliminando la schiuma da tutti gli angoli e da tutti gli spigoli.
Prese l’asciugamano e lo tamponò sul volto e sulla fronte. Era asciutto. Aprì l’armadietto, posò il rasoio e prese la crema dopobarba, profumata e fresca. La spalmò con tutte e due i palmi in un movimento antiorario. Le zone più delicate divennero rossastre, ma era la reazione al dopobarba. Svanì presto. Chiuse il tubetto del dopobarba e lo mise nell’armadietto.
Si guardò un’ultima volta allo specchio, poi spense la luce.

L’asfalto blu. Respirava insieme alle foglie e a tutta la polvere degli ombrelli. Uscì di casa prendendo il soprabito, chiuse la porta e scese i tre scalini dell’atrio. Camminò fino al semaforo di fronte al negozio di fiori. Era chiuso. Aprì l’ombrello, pioveva, da quasi un’ora. Arrivò, costeggiando il marciapiede basso, accanto all’edicola. Comprò il giornale, nè lesse il titolo e se lo mise sotto il braccio. Con l’ombrello rosso, raggiunse il tabaccaio. Mi dia il solito, si, tabacco da 25 grammi. No le cartine le ho, grazie. Tenga il resto. Uscì, riaprì l”ombrello, mise a fuoco la strada. Scattò una fotografia, senza flash. Può sempre servire, pensò. Si guardò le scarpe verdi, ma stavano diventando blu. Come l’asfalto. Si stavano sciogliendo, come nell’acido. Alzò gli occhi e l’ombrello, fiumi di blu sulla strada, torrenti di bianco e questo fiume correva, correva a perdifiato, si infilava nelle strade laterali, schizzava sulle macchine, si spalmava sui visi e sui volti di tutti i passanti. Si mise a correre, sempre più velocemente, senza una meta precisa. I semafori erano inghiottiti dall’acqua, persino i bambini nuotavano sulle strisce pedonali. Si toccò la fronte, era ancora profumata dal dopobarba. Rimase a piangere mentre con l’ombrello aperto cercava di volare nell’entrata del cinema. Ci stava riuscendo, quando l’ombrello gli scivola via e il vento se lo porta con sé. Era solo. Il soprabito grigio annaspava, le scarpe volevano dileguarsi il prima possibile. L’asfalto era ancora più blu, ma diventava anche arancio e macchie bianche.
Nuotò fino al negozio di fiori. Era aperto. E tutti fiori, dopo essersi bagnati di asfalto, divennero enormi, si arrampicavano sul soffitto, abbracciavano la commessa che rideva come non avesse mai riso in tutta la sua la sua verde vita. Si tolse il cappello ed entrò. Le pareti profumavano di pioggia e di nuvole appena sfornate. Erano gommose e parlavano tutte una lingua diversa. Gli chiesero quale fiore dovesse comprare. Rispose che un’azalea andava bene. La fece incartare e la custodì nella tasca interna del soprabito.
Uscì, col fiatone. Si coprì i capelli con il giornale del giorno dopo e dopo pochi passi intravide una bambina. Era vestita di rosso. Capelli rossi, guanti rossi. Non nuotava. Passeggiava, pattinando con le scarpe rosse e lucide, senza essere bagnata da niente. Aveva occhi blu e ciglia rosse. Soffiava bolle di sapone verdi con un foglio di carta e scriveva tutto ciò che riusciva a vedere, senza mai distogliere gli occhi dall’asfalto blu.
Si guardarono, fu un attimo brevissimo. Poi lui continuò riprese a correre. Le gambe chiedevano aiuto, le dita dei piedi imploravano pietà. Ma continuò e arrivò alla libreria. Gialla, una spremuta di sole. Con scaffali dorati e libri di ogni materiale e in ogni lingua. Ne prese uno e scottava, lo rimise al suo posto.
Faceva caldo e si tolse il soprabito e il cappello. Si sedette su una sedia scomoda e con gli occhi sgranati pensò a tutto quello che aveva visto. L’azalea era ancora intatta, profumava ancora di pioggia. Si addormentò.

Panchine arrugginite. Ali d’uccelli tra i rami. Il piccolo ponte sul laghetto, pieno di piccioni e di tartarughe in cattività. Le voci anziane di vecchi col cappello che si mischiavano a quelle giovani di bambini sorridenti. Sentì e vide tutto questo, aprendo lentamente gli occhi. Era tutto asciutto e con i colori giusti, naturali. Quanto ho dormito? Pensò. Chi mi ha portato qui? I libri…Quanti libri ho letto? Quali fiori ho comprato? E l’ombrello? Dove il mio ombrello?
Ritornò a casa, stremato. Appese il soprabito e il cappello. Andò in bagno e si guardò allo specchio. A lungo, fissando il riflesso di se stesso nel’iride marrone. Era tutto normale.
Rintonò in salotto e sentì un odore di pioggia, proveniva dal soprabito. Era l’azalea. Ed era splendida. Come i marciapiedi. Come il negozio di fiori. Come le scarpe. Come i semafori. Come l’entrata del cinema. Come la bambina che scivolava sull’acqua. Come la libreria. Come quando tutto era come sull’asfalto blu.

Silviano Drei - Notturno con pioggia

Ho dovuto guardarti con la coda dell’occhio

Fermati qui,
a quest’ora del pomeriggio
fresca
di sole lontano, di luna invisibile
fermati
io no ci sono.
Sono andato a rapire qualche treno
in qualche pozzanghera suicida,
ma mi addormento alla prima fermata
e sogno nuvole rosse
ciclamini bianchi che sorseggiano rugiada.
Sono andato a raccogliere pietre
di tutte le forme
le più strane
fra tutti gli oceani assetati,
assetati di te, di me
delle nostre minuscole vite diverse.
Non ci sarò
ma tu resta ferma lì
anche in piedi
o seduta per terra
mentre ti sistemi i capelli dietro l’orecchio destro.
Ti vedrò e me ne andrò
improvvisamente
e senza che me ne accorga
alle tre del mattino
o alla luce delle stelle,
che non domando mai
che non sanno essere curiose.
Camminerò a occhi chiusi
per ogni singola strada affollata
su tutte le scarpe che mi regaleranno.
Ti vedrò passare
con il cuore aperto e gli occhi nelle mani
aggrappata alle finestre verdi
che ti invidieranno e ti malediranno.
Ti scriverò,
una penna e un foglio,
e sui muri che piangono.

Fermati
devo andare
ti bacio dalla finestra.
Ho dovuto guardarti con la coda dell’occhio.

Una sterminata domenica

Ti guardo.
Mi specchio nelle tue solitudini
prima ancora di perdermi sulla tua pelle.
Ho imparato l’arte del sogno
l’ho imparata seguendo
il lento ondeggiare
delle pupille sopra il tuo naso,
quando per respirare
sfiori il petto e tutto il cuore.
Ho imparato a raggiungerti
tra il tuo caffè
e le matite mangiate
i libri volanti
e le piume dei cuscini
che i bambini credono sia neve,
ma che in realtà
sono singhiozzi notturni,
vecchie fotografie tutte uguali
Il tuo silenzio
è il tuo dono inaspettato
nei giorni abissali
quando ad ogni ora
scrivo due righe sul tavolo della cucina,
il tuo silenzio che compenetra
il volo di cento, duecento farfalle
tutte assieme.
E io che cerco ancora
di domandarti come sopravvivi
in quale stanza dormi
di chi ti ricordi per sorridere,
dove hai lasciato la mia ultima poesia.

Qui
dove tutto è una sterminata domenica,
dove le finestre sono sempre aperte
per far entrare la pioggia
e la polvere della città,
qui, adesso
imparo a disegnare il profilo
sconnesso e sonnambulo
delle parole che vorrei poterti scrivere
in un mondo o nell’altro.

Irving Penn - Summer sleep, New York, 1949

E noi? Chi siamo?

A che ora ci muoviamo? Da dove partiamo? Dove andiamo? Perchè andiamo? Cosa vogliamo che accada? Chi è con noi? Chi è contro di noi? Chi siamo noi? Chi sono loro? Quanti siamo? Perchè dobbiamo contarci? Cosa stiamo difendendo? In base a che cosa la stiamo difendendo? Quando finirà tutto questo? Quali pericoli ci sarebbero? E quali vantaggi? Quanti morti? Troppi? Troppo pochi? Di che colore è questo sangue? Di chi è questo sangue? Quanti anni ha quel bambino con un foglio di carta bianco tra le mani? Dove stanno andando quelle persone? Chi li segue? Chi le pretegge? Contro che cosa urlano? Quanto scottano le fiamme altissime di quell’incendio? Come è stato appiccato? Che significa che c’è il coprifuoco? Non possono uscire dopo le 8? Chi l’ha imposto? In quale palazzo di cristallo? Con che motivazioni? Di che colore erano i suoi occhi neri? Che significa che non hanno il pane? Non hanno la libertà? Chi non ama la libertà? Chi si è permesso di dire che la loro libertà non serve? Cosa rispondono loro? Che non hanno paura delle strade sporche di polvere da sparo? Costa stanno facendo ora gli altri? Stanno diventando tutti fratelli? E dove sono i loro genitori? La rivolta è la loro madre? E il coraggio il loro padre? Dove finisce questo fiume di teste e di anime identiche? Nel deserto? Il deserto africano? Il deserto bianco e nero dell’Africa è diventato trasparente? Quando è successo? Da un mese? Quando si riposano? Solo la polizia si risposa? E i carrarmati? Adesso ci sono gli idranti?! Quanto è azzurra quella donna con il sorriso dipinto sul viso? Troppo, eh? Dov’è il coraggio? Nella rivolta? Nel fumo che si mescola alle ulra? Perchè è la rivolta del gelsomino? Perchè la loro bandiera è la purezza? Quanto è lontana da noi la purezza? Secoli-luce? E quanti sono? Pochi? Non è il nostro sangue questo? Noi non stiamo combattendo? E che stiamo facendo? Piangiamo e facciamo finta di non sentire?! Ma dove siamo? chi siamo? Contro chi dobbiamo rivoltarci? Chi ci protegge? Noi stessi? E a che ora ci muoviamo? Domani? Si, ma domani quando?

I treni non viaggiano. Respirano.

I treni non viaggiano.
I treni respirano, con il ferro e con la pioggia,
coperti dalla velocità.
I treni sono i graffiti dei nostri tempi dimenticati,
fuggiti via
come la polvere nelle nostre stanze.
E mi piace descriverne le luci,
i rumori
le scintille diseredate,
i fischi che si porta via il vento
Mi piace starci dentro,
aggrapparmici con tutte le forze.
I treni rossi,
e i treni neri
quelli bianchi come il giorno
i treni verdi di ieri.
Quelli in cui, tra un passante e l’altro,
ti innamori degli occhi grigi
della ragazza che non ti sfiora,
che non ti ascolta nè ti parla
e guarda i tramonti scontati dal finestrino.
I treni sporchi di freddo
caldi in primavera
i treni di gennaio caldi come un bar.
Vorrei tenermeli in tasca
e toccarli ogni volta che ne ho voglia,
magari farli vedere ai miei figli,
chissà,
magari come un amuleto
dolce e profumato.
Ci sono treni che non conosco
che non riusciamo a distinguere
e tentiamo di afferrarli con le unghie,
con le mani sudate.

I treni non si muovono.
I treni piangono, con i passeggeri e gli immigrati,
costretti all’abitudine
inciampati in un universo troppo colorato.
I treni, che non si accorgono
dei graffiti che hanno sul petto.

treno

L’ombra dei tuoi capelli sull’asfalto bianco

L’ombra dei tuoi capelli
sull’asfalto bianco
come se qualcuno
avesse aperto una finestra
all’improvviso
e il vento fosse entrato
a buttar giù tutti i muri
uno dietro l’altro,
maledicendo armadi e poster tristissimi.
E io ti guado
arroventato nei miei vestiti caldi
per cercar fantasie dipinte dappertutto
Allungando le dita e la fronte
per tenerle sempre fra le tue mani.
L’inverno che mi assale
la neve che non mi crede
i fogli di carta sopravvissuti alle mie penne
tutto in silenzio
il niente che mi copre le spalle
come se
a perdifiato
tra le strade troppo sole della mia città,
insieme alla gente
che prende i tram solo per malinconia,
ti prendessi per mano
e viaggiassimo fino a tremare di caldo
in mezzo ai colossei
alle torri indipendenti
ai mondi pendenti.
Come se tutto quello
che sto per dirti
in realtà sarebbe solo una scusa,
la duecentesima,
per non dirti ciò che vorrei,
per nascondermi sotto il letto
e urlare fino a morire di freddo.

La tua ombra che è ancora lì,
ad aspettare l’autobus della felicità
che arriverà in ritardo
e che quando ci entrerai profumerà di barboni.
Come se scrivessi solo per me,
la felicità che è solo per te.
Soltanto per te.

Mirafiori

Gli operai di Mirafiori
ci hanno scritto una lettera
l’avete letta?
Io ho pianto
come un bambino dell’ultimo banco.
Mirafiori
gli stessi che aspettarono sotto la pioggia
l’arrivo del dittatore
senza applaudirlo
non rispondendo alle sue domande.
Gli stessi che iniziarono a scioperare
nel refettorio,
durante il pranzo
sfidando i padroni e i dirigenti
neri di rabbia.
Mentre un ragazzino veniva sparato
perchè troppo coraggioso
per stare in prima linea,
lì, di fronte ai fucili spianati.

Hanno scritto una lettera
a noi
studenti come loro
operai come noi
schiavi di una società che non ci vede
che non ci vuole ascoltare.
Ci hanno detto che sono con noi
che ci prestano le tute blu,
e anche il loro tempo.
Noi dobbiamo dargli idee nuove
parole semplici, la devastante creatività
dei nostri giorni più duri.
Dobbiamo rispondergli
che il nostro tempo
lo dedicheremo a loro
ai loro figli
ai libri delle loro figlie.
C’è una barca da scrivere
affinchè non siano soli.
Soprattutto occorre
prepararsi, a ciò che verrà,
al fucile dell’indifferenza che ci verrà puntato contro.
Ma noi arriveremo con la pace negli occhi.

Gli operi di Mirafiori
ci hanno scritto una lettera
l’avete letta?
Io ho pianto
come un bambino dell’ultimo banco.

Un altro giorno alla finestra

Ed entrammo a scaldarci nelle tue mani
con gli occhi scalzi e freddi
contando i passi ad ogni passo
recitando tutte le poesie di Hikmet
(che il Bosforo abbia pietà della sua anima)
vestendoci di blu
come le colline che non riuscivamo a vedere.
Piano, non dimentichiamoci i miei respiri
sempre più corti
sempre più felicemente altrove,
dove ballano insieme all’odore acerbo dei prati.
Stammi vicino, al mattino
quando il silenzio che mi copre la fronte
mi tende la mano e anche le labbra.
Io non sono che un frammento del nulla
nel tutto di una vita, che non è mia
che non è nostra
che è solamente un pezzetto della tua.
L’amore mi distrugge
mi ubriaca col suo vino alle rose
mi trascina sulla polvere della mia ansia
partecipandomi il segreto di tutta una vita.
Aspettami qui, vado a cercare qualcosa per farti ridere
così almeno m’innamorerò del sonno stanotte,
m’addormenterò
con il profumo flebile della luna sul petto
aspettami ancora un po’
sto arrivando con un sacco di giorni caldi
ho anche un po’ di malinconia,
ma quella non manca mai,
quella non può mancare mai.

Socchiudo la porta,
e apro la finestra: guardare la mia strada da qui
accarezzare i cani con gli occhi
salutare i passanti che non conosco
che cosa posso essere di più?
Che cosa posso essere?
I miei gomiti appoggiati al davanzale,
un altro giorno alla finestra
e un altro tramonto si sparerà nel cuore.
Come quel poeta russo che non ricordo.
Che Lenin lo protegga, per sempre.

I ventotto comandamenti

Non chiedetemi se sono stanco
non fatelo con la voce bassa
non ditemi di non camminare
sono ancora troppo occupato
non domandatemi dove sono le vostre idee
io so dove non trovare le mie
Non urlate frasi rossastre
tenetele nelle tasche scucite
non ubriacatevi di notte
di giorno è troppo interessante
non chiamatemi uomo
non chiamatemi donna
non chiamatemi e basta
resta qui, in queste pieghe malconce delle strade,
il nome di tutti.
Non ascoltate quello che sto dicendo
accartocciatelo tra le vostre vene
non respirate troppo
il vento vi trafiggerà
non opponetevi
non protestate fra le strade
non combattete nelle zone rosse
distruggete le zone rosse
protestate anche sulle cime delle montagne
non parlate di me a nessuno
spiegategli cosa non sono riuscito a fare
non scioglietevi in nome della legge
sciogliete la legge e il suo nome
non programmate i vostri pomeriggi
troppo tristi per dirli a parole
non piangete mentre avanzate
non rivoluzionatevi la domenica
rivoluzionate tutto ogni giorno
non cadete sul nulla
in un bicchiere di vino
in una pozzanghera statale
non sorridete ai marciapiedi morti di solitudine
non scriveteci su i vostri ponti distrutti
non sussurratemi le mie qualità insoddisfatte
sapete solo cosa non posso essere
non arrampicatevi alle finestre che colano dai palazzi
ai pali della luce svenuti
ai rami ossessionati dalle foglie
alle monete nei piattini dei suonatori
non presentavi mai al silenzio
non vi ascolterà
non dimenticate i nostri giorni di vento
e
soprattutto
non ripetete mai la parola non in una poesia.